Realismo Capitalista

Di Mark Fisher


Come fare gli esami con i libri che adori!

È come levarsi un peso di dosso leggere Realismo Capitalista. Come prendere una boccata d’aria, ricevere un abbraccio. Ci si sente compresi, si capisce che non siamo così soli, che i nostri guai sono gli stessi di molti altri. Mark Fisher sapeva accomunarci spiegando i funzionamenti intrinsechi della cultura, della società e del sistema economico dentro i quali viviamo, attraverso un discorso semplice e lineare, a tratti intimo e personale, in cui ciascuno si può riconoscere con immediatezza. Non erano sterili saggi, i suoi lavori, ma creavano empatia ed affetto, oltre che ammirazione, nei confronti dell’autore, al punto da lasciare tutti smarriti, orfani, quando ci ha lasciato.


Esponente della cultural theory e autore del seguitissimo blog K-punk, Fisher si è sempre occupato delle implicazioni che il contesto economico e sociale esercita sulla cultura artistica in generale e musicale in particolare, e su come quest’ultima sia una cartina al tornasole per le aspettative che le diverse generazioni hanno sul futuro. Queste ricerche lo portarono a utilizzare il concetto di retromania, elaborato da Simon Reynolds, a diagnosticare la nostalgia e il ritorno a stili passati come mancanza di prospettive future.

Nel suo saggio critico Fisher non la tira per le lunghe, e nelle prime righe già espone con estrema chiarezza il cuore della questione: siamo pervasi da questo “realismo capitalista”, ovvero dalla

sensazione diffusa che non solo il capitalismo sia l’unico sistema politico ed economico oggi percorribile, ma che sia impossibile anche solo immaginarne un’alternativa coerente.

Un’affermazione inconfutabile, profondamente veritiera, che a caldo può sembrare una banalità ma che racchiude il fulcro del malessere della società occidentale contemporanea. La tesi è tanto semplice quanto necessaria, perché rivelatrice: il capitalismo ci ha privati di prospettive, assorbendo e riempiendo il nostro immaginario nella sua ideologia, al punto che non sappiamo inventarci un futuro che non vi sia immerso. E se verso la fine del ventesimo secolo c’era chi sentiva il bisogno di un’alternativa (senza però trovarla), le generazioni del nuovo millennio non la percepiscono nemmeno questa esigenza, essendo ignari della struttura artificiosa perché ci sono nati e cresciuti come dentro a un Truman Show. Il progetto del neoliberismo di proporsi come sistema economico e sociale “naturale è, dunque, riuscito perfettamente. Non solo in economia, dove Milton Friedman aveva descritto il libero mercato come infallibile perché mosso appunto da forze, a suo dire, “naturali”, ma anche negli ambiti della vita sociale e privata. E dunque, diventano “naturali” le mostruose diseguaglianze, lo smaltimento dello stato sociale, le discriminazioni, le privatizzazioni, il consumo di massa e l’individualismo.

Ed è l’ultimo elencato, l’individualismo, un fattore che mi sembra estremamente rilevante in quanto necessario a perpetrare lo scioglimento dei nodi sociali da una parte e la giustificazione del sistema dall’altra. Invece che alla cooperazione, si viene educati alla competizione; invece che l’essere, importa l’avere; le implicazioni del capitalismo, invece che essere riconosciute come sue dirette conseguenze, vengono scaricate direttamente sull’individuo, colpevole in prima persona della sua povertà, della sua solitudine, della sua depressione. Da qui si diramano due dei temi salienti dell’opera di Fisher: lo scioglimento della coscienza di classe e la malattia mentale. Entrambi vengono affrontati anche in Realismo Capitalista,insieme all’analisi dei meccanismi con cui anche in altri ambiti (come il sistema scolastico, la burocrazia e l’arte) i ruoli, le abitudini e le regole vengono plasmati secondo le esigenze del modello neoliberista.

Mark Fisher ci racconta dunque la realtà che già conosciamo, la mancanza di legami, la depressione (di cui lui stesso soffriva sin dall’adolescenza), la scuola come bene privato di consumo ma anche come produttrice di forza lavoro pronta ad essere sfruttata dal capitale, pronta a sentirsi buona a nulla, come il titolo di un suo famoso scritto. Ma Fisher non ci lascia con l’amaro in bocca, non ci fa rassegnare al fatto che There Is No Alternative, come declamava la Thatcher. Ci invita invece a comprendere che no, non è colpa nostra. Non siamo noi gli artefici delle nostre condizioni, ma è il sistema in cui viviamo, una struttura che di naturale non ha nulla. Con questo presupposto, questa scoperta, Mark Fisher ci dona le basi per immaginare e creare un’alternativa migliore, per riprendere coscienza (di classe).

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