Racconti

Racconti – Edgar Alan poe

“Ero spossato, mortalmente spossato per quella lunga agonia e, quando alla fine mi slegarono e mi permisero di sedere, sentii che i miei sensi alla fine mi abbandonavano. […] Sopravvenne il nero delle tenebre; ogni sensazione sembrò inghiottita da una folle discesa precipitosa come se l’anima scendesse nell’Ade. Poi il silenzio, la quiete e la notte furono l’universo. Svegliandoci dal sonno più profondo, noi spezziamo la sottilissima ragnatela di qualche sogno. Ma già un attimo dopo non ricordiamo di aver sognato. Nel ritorno alla vita da un deliquio vi sono due stadi: il primo è quello del senso di un’esistenza mentale o spirituale, il secondo quello del senso di un’esistenza fisica.”

Inizia così uno dei racconti più inquietanti di Poe, Il pozzo e il pendolo.

La tensione non si concentra su eventi soprannaturali, bensì su elementi percettivi e sensoriali, ponendo l’accento sulle emozioni e reazioni umane: la paura, la perdita della lucidità fino alla pazzia, l’ossessione della morte mescolata ad un irragionevole perdurare della speranza:

“ma tutto non era perduto. Perfino nella tomba tutto non è perduto.”

L’intero racconto è incentrato sull’incertezza: al di là della descrizione minuziosa, non è chiaro il contesto della vicenda, l’identità del protagonista e l’orrore a cui egli è condannato. Tra l’altro, il tutto si svolge in un brevissimo lasso di tempo. L’autore lascia che il lettore condivida le sensazioni provate dal protagonista, facendolo immergere totalmente nella lettura. Così come il protagonista non conosce il proprio destino (e lo teme fino ad impazzire, senza però riuscire ad abbandonare la speranza), anche il lettore è incerto e può immedesimarsi nella vicenda.

Il protagonista è un prigioniero dell’Inquisizione spagnola, gettato in una buia prigione di Toledo, dove non riesce a comprendere con esattezza la pena che lo attende a causa delle sofferenze patite. Rimane a lungo in uno stato di deliquio, alternando brevi momenti di veglia a sonni prolungati.

Al centro della cella vi è un vasto pozzo maleodorante di cui non si riesce a misurare ampiezza e profondità, lasciando intendere che lo scopo dei suoi torturatori era stato proprio quello di farlo precipitare in quella voragine. L’arrivo di acqua e pane dimostra che ogni suo movimento di sonno è osservato da carcerieri descritti simili a dei demoni. L’acqua è però avvelenata e il prigioniero cade in un sonno profondo. Al risveglio, egli si trova legato ad un asse e trova la prigione violentemente illuminata. Si rende conto che la stanza è ben più piccola di quanto avesse creduto, che le pareti sono ricoperte di lastre di ferro decorate con graffiti e disegni grotteschi, volti a raffigurare l’Inferno.

Tra le figure, il prigioniero riconosce proprio sopra la sua testa l’immagine del tempo che tiene tra le mani un pendolo molto corto. Ad uno sguardo più attento, questo rivela un lieve, ma costante movimento oscillatorio. Gradualmente la corda si allunga, il pendolo scende ed oscilla più rapidamente: il prigioniero comprende che si tratta di una falce che alla fine gli taglierà il cuore. La sua pena consiste quindi nell’attendere una morte inevitabile, roso dalla sete, acuita dal cibo piccante che gli è stato lasciato, e minacciato da topi famelici. Solo un braccio è libero, in modo che egli possa mangiare e bere.


Il finale è del tutto inaspettato.

A cura di Albina Lucania

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