Lettere da Napoli – Wolfgang Goethe

Sto leggendo Lettere da Napoli di Wolfgang Goethe, per riscoprire il piacere della mia città natia, anche se distante dalla realtà di oggi, Napoli e la sua popolazione conservano determinati modi nella tradizione e la cultura di oggi come ieri.


Goethe arrivò a Napoli nel Febbraio del 1787 e soggiornò presso Palazzo Filangieri d’Arianello, dove oggi si può ammirare una targa in suo onore, e Palazzo Sessa, che dal 2012 ospita il Goethe Istitut. Fu qui che provò le sensazioni più forti di tutto il viaggio: qui conobbe lo sfarzo artistico ed economico di una città ricca e florida, qui imparò l’importanza di una vita “senz’affanni” e senza troppe preoccupazioni, comprese l’importanza delle tradizioni e delle festività di un popolo sempre pronto a festeggiare e a riempire le strade di musica e processioni.


Fu, però, la scalata del Vesuvio a scuotere maggiormente l’animo dello scrittore. Il vulcano, con le colonne di fumo, il suo suolo nero e rovente, con la incessante puzza di zolfo, apparve, all’autore del “Faust”, come la trasposizione terrestre dell’Inferno. Questa esperienza generò in lui la consapevolezza che i napoletani fossero unici, proprio per essere nati nel punto preciso in cui la bellezza assoluta e il terrore si incontrano e convivono:

“La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità: l’uno e l’altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d’indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana.“


Gli eccessi napoletani si temperano nell’esperienza siciliana, giorni in cui continua a vivere il tempo libero, perdendosi nella lussureggiante natura che fiorisce ovunque, vivendo esperienze estatiche nel giardino comunale, dove sogna l’isola dei Feaci che accoglie Odisseo sulla via del ritorno a casa, si immagina come un novello Odisseo e inizia a pensare una tragedia intitolata Nausicaa di cui scrive poche scene che rimarranno per sempre incompiute.

«Senza vedere la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto».

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