L’arte di conoscere se stessi

Arthur Schopenhauer

Ad amici e seguaci Schopenhauer non aveva nascosto l’esistenza di un vademecum gelosamente custodito che era solito chiamare Eis heautónA se stesso – come le celebri memorie di Marco Aurelio. Dopo la sua morte molti tentarono di ritrovare quelle preziose carte. L’esecutore testamentario, Wilhelm Gwinner, dichiarò di averle distrutte per volontà dello stesso Schopenhauer. In realtà, prima di ricorrere al fuoco, le aveva utilizzate per scrivere una biografia del filosofo nella quale gli specialisti non tardarono a riconoscere passi – letteralmente citati – tratti da quelle pagine inedite, tanto che fu possibile ricostruire per congettura il testo originale.

Avviato nel 1821 e proseguito poi nei decenni successivi, questo «libro segreto» – qui proposto per la prima volta in traduzione italiana – consisteva probabilmente in una trentina di fogli fitti di annotazioni autobiografiche, ricordi, riflessioni, norme di comportamento, massime e citazioni che Schopenhauer aveva registrato come ciò che gli stava più a cuore, come una sorta di distillato della propria personale saggezza di vita: le regole di un’arte per conoscere se stessi e, nel contempo, per rendere meno difficile la convivenza con gli altri e l’orientamento nel mondo:

«Volere il meno possibile e conoscere il più possibile è stata la massima che ha guidato la mia vita».

L’arte di conoscere se stessi  (edito da Adelphi) è una breve raccolta di pensieri di Arthur Schopenhauer che riguarda la dolorosa scelta di vita presa dal filosofo a poco più di trent’anni e mantenuta fino alla fine dei suoi giorni: la solitudine.

In questo testo Schopenhauer pone l’attenzione esclusivamente sulla sua esperienza, senza dispensar consigli al lettore, e racconta come abbia deciso di isolarsi dal mondo dopo aver conosciuto meglio se stesso ed aver preso atto della pochezza della gente che fino a prima aveva riempito la sua vita.

Sono due i temi che caratterizzano questa raccolta di pensieri: la misantropia e l’alta stima che il filosofo dimostra di avere per se stesso. Schopenhauer parte da considerazioni di questo tipo:

‘Per tutta la vita mi sono terribilmente sentito solo, e nell’intimo ho sempre sospirato:  ‘Jetzt gieb mir einen Menschen!’ [Ora dammi un essere umano!]. Invano. Sono rimasto solo. Eppure in tutta sincerità posso dire che non è dipeso da me: non ho respinto nè rifuggito nessuno che, di mente o di cuore, fosse un essere umano: non ho trovato altro che miseri gnomi, limitati di cervello, malvagi di cuore, di vili sentimenti’

‘In un mondo in cui almeno cinque sesti degli uomini sono furfanti, folli o babbei, per ogni individuo del rimanente sesto, quanto più si distingue dagli altri, la base del suo sistema di vita deve essere l’esistenza appartata, e quanto più è tale, tanto è meglio’

‘La maggior parte della gente si accorge, quando fa la mia conoscenza che non può essere nulla per me, e io nulla per loro’

Il filosofo tedesco cerca dunque di far passare come inevitabile e giusta la sua solitudine: immerso in un mondo di persone rozze e ignoranti, lui che si concepiva un vero ‘essere umano’ non poteva che rimanere solo. Schopenhauer arricchisce questa sua convinzione con pensieri che possono sembrare presuntuosi: egli si definisce infatti un ‘missionario della verità per il genere umano’ e colui il quale ‘ha dato una soluzione al grande problema dell’esistenza’.  Afferma a più riprese che la sua vita ha il solo scopo di giovare alla conoscenza e al sapere dell’umanità e che per assolvere tale compito non si può certo vivere in mezzo alle persone. Una missione per l’umanità non può essere condotta col pensiero di una professione, di un matrimonio e di figli da mantere: una vita contemplativa richiede un distacco totale dai comuni sentimenti.

Leggere così tanto disprezzo per gli altri e una tale autocompiacenza per una situazione che nessuno sarebbe in grado di accettare, mette senza dubbio amarezza.  Ci si chiede come un uomo possa arrivare a pensare alla sua vita come a qualcosa di così distaccato dagli altri e a legare le sue possibilità di successo e affermazione proprio alla lontananza dalle persone, dai loro sentimenti, dalle loro parole e dai loro sorrisi. ‘L’enfer c’est les autres’ [L’inferno sono gli altri] avrebbe detto circa un secolo più tardi Sartre: ma è giusto pensarla così? O meglio: quanto c’è di sincero in convinzioni di questo genere? Non è forse che, chi le sostiene, faccia un po’ come la volpe con l’uva? Di sicuro c’è che se Schopenhauer avesse conosciuto l’amicizia certe riflessioni non le avrebbe mai concepite, ma in tutto questo rimane comunque qualcosa di paradossale: quest’uomo solo, emarginato e mai amato continua a far parlare di sè a 150 anni dalla sua morte. E’ stato studiato e commentato in tutte le lingue, col risultato che oggi anche i bambini quando sentono il suo nome sanno che si sta parlando di un grande filosofo. Schopenhauer ha consegnato il suo nome all’eternità.

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