La società della stanchezza

Byung -Chul Han

“Ogni epoca ha le sue malattie.”

Byung-Chul Han analizza il disagio dell’individuo tardo-moderno nelle odierne società della prestazione e della competizione. Rivisitando alcune categorie classiche del pensiero novecentesco, l’autore osserva come l’ossessione dell’iperattività e del multitasking produca disturbi di natura depressiva e nevrotica, e interpreta questo malessere come un’incapacità a gestire la negatività dell’esperienza, in un mondo caratterizzato dall’eccesso produttivo e dalla disponibilità universale di merci e persone. Una denuncia dell’odierna “società della stanchezza”, in cui ogni reazione al modello sociale dominante rischia di essere inibita da un senso d’impotenza.

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“Chiunque abbia qualche esperienza in questa materia saprà come avesse ragione Catone nel dire […]: ‘Non si è mai più occupati di quando non si fa nulla, non si è mai meno soli di quando si è soli.”

Per comprendere il lavoro teorico che svolge Byung-Chul Han occorre attraversare i passaggi fondamentali di questo libro (molti dei quali sono
ricorrenti anche in quelli successivi) per cercare di cogliere la soglia che ci consegna a un tempo definitivo. Nella Premessa alla sesta edizione
tedesca (inserita all’interno di questa edizione italiana), l’uomo contemporaneo è paragonato a un Prometeo stanco:

se il mito che lo riguarda è sempre stato a fondamento, sin dal Protagora di Platone, di un’immagine proficua e attiva dell’essere umano, lo sguardo che lancia il filosofo di origine coreane è sulla stanchezza che accompagnerebbe la performatività in catene dell’eroe, il cui alter ego sarebbe l’aquila che divora il fegato: la società contemporanea è la società dell’autosfruttamento, dell’autodivorazione, una società in cui tutto si gioca (anche e soprattutto la relazione di sfruttamento) all’interno di ogni singolo (e solitario) individuo.

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