La cognizione del dolore

Carlo Emilio Gadda

Cognizione del dolore è entrata subito a farmi male, quasi come se mi stessero insegnando a leggere nuovamente. Alla prima lettura ho chiuso il testo dopo tre pagine, avevo paura che mi potesse dire qualcosa di non letterario.
Difficile esprimersi su un testo ostico, anzi, criptico.
Leggerlo ha significato sprofondare in un tunnel claustrofobico dal sapore pirandelliano.


Gonzalo ne e’ l’indimenticabile protagonista; il dolore, il mal di vivere che lo connotano lo rendono parte di quell’ altrove in cui i “molti” si agitano e tormentano senza posa.
Un uomo dal quale fuggire é mera illusione, resta il vuoto, il silenzio ma non la parola fine; tutto é sospeso, maledettamente fluido. Il dolore di Gadda tuttavia resiste al silenzio; è la sua parola; nel “pastiche” voluttuoso della sua lingua è la vertigine di un secolo che non muore.


Lo scrittore si identifica palesemente con Gonzalo, ma è talmente onnipresente che ogni personaggio parla un po’ per bocca sua.
Ti investe praticamente a ogni parola, a ogni frase, che sia essa sulla cicala che “dilatava l’immensità calma dell’estate” o sulla madre che pareva fosse al mondo “soltanto per tener su i brillanti, come una pianta per tener su le ciliegie”

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