Hesse

Il lupo della steppa


L’eternità è un attimo, quanto basta per uno scherzo.


Ho letto libri che mi descrivevano a fondo, che parlavano di me meglio di quanto io riesca a fare di me stessa (libri come Fight Club o Invisible Monsters) ma con Hesse è stato amore a prima lettura, partendo dal breve romanzo Demian, attraverso il quale ho compreso molti aspetti di me stessa. Il lupo della steppa mi ha fatto strada verso una consapevolezza superiore. Non posso che essere sorpresa ed emozionata nel riuscire a comprendere perfettamente lo stato d’animo, le paure e le insicurezze provate dal protagonista e nel leggere frasi che molto spesso ho pronunciato anche io, esattamente in quel modo. Harry Haller ha cinquant’anni e si ritrova in un momento cruciale della propria esistenza. Con il passare del tempo, egli si è sempre più isolato dal mondo esterno e dalla vita sociale, ritirandosi nel suo mondo fatto di letture e qualche incontro sporadico, arrivando ad un passo dal suicidio.


È introverso, poco socievole, cresciuto con un’educazione rigida e moralista che ha insinuato in lui l’idea di essere come una bestia da addomesticare. Harry trova dentro di sé un “uomo”, cioè un mondo di pensieri, di sentimenti, di cultura, di natura addomesticata e sublimata, e trova in sé anche un “lupo” cioè un mondo buio di istinti selvaggi, crudeltà, di natura rozza e non sublimata. Egli vive quindi in una condizione di infelicità generata da questo insanabile dissidio interiore. Vive talvolta seguendo l’anima dell’uomo, altre quella del lupo. Verrà “rieducato” alla vita comune, quella di tutti, quella vita borghese che egli tanto disprezza, da una donna misteriosa che lo aiuterà a comprendere le (non) regole dell’assurdo gioco della vita.

“Deve imparare a ridere. Ogni umorismo superiore incomincia col non prendere sul serio la propria persona.”


“Teatro magico. Ingresso libero non per tutti… Soltanto per… Pazzi!”


Un giorno avrei giocato meglio. Un giorno avrei imparato a ridere.


La scissione dell’unità apparente della persona in queste numerose figure è considerata pazzia: per essa la scienza ha coniato il nome di schizofrenia. La scienza è nel giusto, in quanto naturalmente non si può avere ragione di una pluralità senza un ordine. Ha torto però credendo che sia possibile soltanto un determinato ordine di numerosi sotto-io. Da questo errore derivano parecchie spiacevoli conseguenze. Si considerano “normali”, preziosi per la società, molti uomini che sono inguaribilmente pazzi, e viceversa si prendono per matti altri che sono dei geni.


Tra gli scritti di Hesse, questo è probabilmente quello meno compreso e arrivabile, quello più fraintendibile, come lo stesso autore afferma.
Questa lettura non è per tutti. Soltanto per… Pazzi!
Soltanto per chi è in grado di comprendere la profondità degli abissi. Il Tutto.

A cura di Albina Lucania

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