François Jullien

L’identità culturale non esiste

Jullien, sinologo, grecista e filosofo francese, tenta e riesce in qualcosa di più radicale: pensare la cultura a partire da concetti con i quali non siamo soliti pensarla. Fa un passo in là, come Socrate: ridefinisce i termini della questione e ci invita a seguire questa sorta di ridimensionamento. I problemi sono tutti qui, lo diceva anche Wittgenstein: usiamo concetti sbagliati per cose inesistenti; materializziamo il nulla per combatterlo.

La rivendicazione di un’identità culturale tende oggi a imporsi in tutto il mondo, a causa dei nazionalismi e della globalizzazione. Ma è un errore parlare di «differenze» che isolano le culture. Conviene, piuttosto, parlare di scarti, che le mantengono l’una di fronte all’altra, promuovendo un terreno comune.

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«Invece di portarci a stabilire un genere comune – stabile, definitivamente costituito, come se fosse caduto dal cielo, e che non siamo in grado di giustificare (l’”Uomo”, la “natura umana” o la “base comune”) -, un genere unitario, identitario, a partire dal quale la diversità delle culture si dispiegherebbe (come fa la Differenza), ecco che lo scarto ci situa immediatamente in una trasformazione, all’interno di una genesi e di un avvento»

Chi mi ha conosciuto in quest’ultimo anno, ha sentito per almeno due volte questo libro uscire dalla mia bocca, François Jullien utilizza la logica con una semplicità paurosa, ho letto questo libro in sole 2 ore ed ero totalmente immerso in esso, sottolineato un casino di nozioni e teorie, ed è stato una fonte di ispirazione per i miei studi sulla comunicazione.

Un piccolo libro con una tesi molto grande: per risolvere i conflitti che dilaniano il mondo, e in particolare l’Europa, dobbiamo partire dal concetto di «identità culturale». Un concetto pernicioso che porta a pensare alla cultura come a qualcosa di statico, determinato, immobile. Un concetto che tende a produrre da un lato comunitarismi integralisti, dall’altro relativismi inerti e indifferenti. Oppure barricate per difendere orticelli culturali o indifferentismo dove tutto va bene purché omologo e uniforme. Invece proprio della cultura è il dinamismo, lo scambio, la permeabilità. Usando la rara peculiarità intellettuale di una doppia conoscenza, quella del mondo occidentale e del mondo cinese, Jullien riesce a stabilire l’unica piattaforma possibile per un’umanità pacificata. Quella in cui le idee e le culture sono qualcosa di dinamico, di fluido, senza steccati. Un antidoto prezioso a un mondo che costruisce barriere.
Tutto questo nel libro di Jullien, che va letto e riletto perché offre una prospettiva intelligente su problemi che sentiamo vicini. Non abbiamo bisogno né di culturalismi né di relativismi pigri.

«La cultura mira a debordare dalla chiusura del suo io quanto a evitare l’integrazione in un mondo».

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