Fight club

You met me at a very strange time in my life.


Vorrei parlare di uno dei miei libri preferiti, uno dei libri che meglio mi ha caratterizzata e caratterizza, nonché argomento della mia tesina del quinto anno di liceo. Il libro affronta l’affascinante tema dello sdoppiamento della personalità, da sempre a me caro. La trama ruota intorno a un anonimo protagonista che lotta con il suo crescente disagio nei confronti del consumismo. Per affrontare questa situazione, crea di nascosto un “fight club” come forma radicale di psicoterapia, con l’aiuto dell’incarnazione di un alter ego ribelle.


La complessa trama di Fight Club ci mostra quindi quello che molto spesso è il disagio dell’uomo moderno, incastrato in un mondo che lo aliena, reprimendo i suoi istinti e quindi impedendo all’aggressività ed, in generale, alla pulsione di morte di sublimare.
Tale meccanismo di repressione costringe il protagonista inizialmente a spostare la carica libidica aggressiva sull’acquisto di mobili, vestiti e altri oggetti.

“Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della mia vita. Compri il divano, poi per un paio d’anni sei soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto, almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto.
Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una volta possedevi, ora possiedono te.”

“La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra depressione è la nostra vita.”


L’insonnia del protagonista sarebbe dovuta dal perdurare nella sua psiche di una attivazione causata dalla rabbia che rende impossibile il riposo e, dunque, il sognare, che è uno dei principali meccanismi che il nostro inconscio usa per soddisfare le nostre pulsioni che risultano inaccettabili all’Io.


L’incontro con i malati di cancro e il contesto terapeutico riescono a sciogliere parzialmente il blocco emotivo che intrappolava il protagonista.


Il contatto col dolore, sia fisico sia psichico presente nelle persone affette da tumore, fa da cassa di risonanza per l’angoscia esistenziale del Tyler “buono” che può, fingendosi uno di loro, soffrire apertamente per le sue ferite narcisistiche. Oltre al narcisismo che potremmo definire quasi “maniacale”, con caratteristiche di arroganza, superiorità e boria, si può individuare un narcisismo quasi mascherato, velato da accondiscendenza e modestia, le quali spesso vengono usate per evitare un confronto con gli altri che minerebbe le incrollabili certezze e le convinzioni che il narcisista porta con sé, e che non intende assolutamente mettere in discussione.


Possiamo supporre che il nostro Tyler “buono” sia in realtà un narcisista di questo tipo, il cui scompenso ha generato una parte violenta e tendente a ridurre la vita ad uno stato inorganico, cosa della quale lo stesso alter ego è convinto, affermando che ogni essere umano non è la somma dei suoi beni materiali, bensì materia organica e, alla morte, concime per la terra.
Tuttavia, questa “terapia fai da te” non può essere sufficiente a risolvere il nodo psicopatologico del protagonista, in quanto essa non è che uno “scaricare” la libido non sull’oggetto appropriato, ma su un sostituto che si avvicina, simbolicamente, alla meta originaria.


Il cancro che divora la vita dei pazienti affetti è visto quindi da Tyler come simbolicamente simile al suo lato oscuro che, pian piano, sta divorando il suo Io. Quando sopraggiunge però Marla, l’incantesimo si rompe: il desiderio di guarigione che aveva tenuto a bada le angosce psicotiche di Tyler va in pezzi, sbattendogli in faccia la dura realtà, ovvero che anche lui è un simulatore.
L’angoscia esistenziale che il protagonista prova è tipica di molti pazienti pre-psicotici che iniziano ad avvertire un’atmosfera delirante nel mondo che li circonda, laddove qualcosa si profila come minaccioso, ma è impossibile ancora capire dove si annidi il pericolo.


“È così che va con l’insonnia. Tutto è così lontano, una copia di una copia di una copia. L’insonnia ti distanzia da ogni cosa, tu non puoi toccare niente e niente può toccare te.”

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