Elogio alla follia

Erasmo da Rotterdam


“E che cosa è poi questa vita? Se le togli il piacere si può ancora chiamare vita?”


“Elogio della Follia” è un saggio di grande valore ancora oggi considerato uno degli scritti più influenti della civiltà occidentale e catalizzatore della Riforma protestante. Parla in prima persona la Follia, di sé stessa con sovente ironia.


Immaginando di trovarsi dinanzi ad un’assemblea, inizia il suo monologo in difesa della sua posizione, fino a sfociare nell’auto elogio, come appunto suggerisce il titolo dell’opera. La lode personale è giustificata dalla sua stessa natura, ovvero, schietta e “fuori dal comune“, dunque, perché non sfruttare il paradosso a proprio favore? Se per i dotti l’auto-glorificazione appare quindi inconcepibile, questa non lo è per la Follia, la quale parte dal presupposto che nessuno può conoscerci meglio di noi stessi.

Che cosa c’è di più coerente della Follia che canta le proprie lodi? Chi meglio di me stessa potrebbe descrivermi?


La Follia prende le distanze dai comuni mortali, lasciando intendere la sua natura divina. Figlia di Pluto, dio della ricchezza, e della ninfa Neotete la giovinezza, è allevata da Mete (l’ubriachezza) e Adepe (l’ignoranza). Tra i suoi più fedeli compagni vi sono Filautìa (la vanità), Colacìa (l’adulazione), Lethe (l’oblio e la dimenticanza), Misoponia (l’accidia), Hedone (il piacere), Anoia (dissennatezza e licenziosità), Como e Ipno (l’allegria e il sonno profondo).

“Secondo la definizione stoica, la Saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre, al contrario, la Follia consiste nel farsi trascinare dalle passioni. Perché la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica severità, Giove infuse nell’uomo molta più passione che ragione. Relegò la ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni. Quindi alla sola ragione contrappose due violentissimi tiranni: l’ira e la concupiscenza.” 

Prendendo la Follia come pretesto goliardico, l’encomio cela la sua vera identità di saggio dotto arricchito da fini allusioni e da uno stile classico tipico degli umanisti del Rinascimento.


Erasmo dedica l’opera al suo amico Tommaso Moro (il cui nome ricorda tra l’altro proprio la “Mòria” termine greco che indica appunto la Follia). Tutti, prima o poi, anche i più sapienti, si avvicinano alla Follia o dovrebbero avvicinarsi a quest’ultima. Tutto ruota attorno ad essa e la vita umana non è altro che il semplice gioco della Follia.

Elogio alla follia – Erasmo da Rotterdam

Recensione a Cura di Albina Lucania

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